INTERVENTO

Discorso di accettazione per l’Alumnus Bocconi dell’anno 2020

Discorso di Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della BCE, per la nomina ad Alumnus Bocconi dell’anno 2020

Frankfurt am Main, 16 ottobre 2020

Signore e Signori,

Sono particolarmente onorato e anche, direi, emozionato di ricevere il premio Alumnus dell’anno 2020. Mi avrebbe fatto ancora più piacere se avessimo potuto svolgere questa cerimonia all’Università Bocconi. Quando ho ricevuto la notizia, molto gratificante, di essere stato nominato Alumnus dell’anno ho ripensato al significato degli studi universitari nella vita di una persona e in particolare nella mia esperienza personale.

La prima cosa che mi è venuta in mente, in realtà è sempre difficile spiegare le associazioni diidee che hanno un loro misterioso automatismo, è il significato etimologico della parola università. Come tutti sanno deriva dal latino Universitas, che significa il tutto, l’insieme, la totalità e Universitas Studiorum era appunto, in un’epoca meno specialistica della nostra, l’insegnamento di tutte le discipline conosciute, l’universalità delle scienze, perché solo da una visione d’insieme e dal confronto tra le varie discipline si poteva provare a ricercare una chiave di spiegazione della complessità della realtà.

Come già accennato, era chiaramente un’epoca diversa dall’epoca contemporanea laddove il limitato accumulo delle conoscenze in termini relativi permetteva ancora a una sola persona di padroneggiare discipline diverse. Esistevano ancora intellettuali eclettici (il termine inglese qui è più appropriato: polymath) che potevano spaziare dalle discipline umanistiche a quelle più propriamente scientifiche fino all’arte e all’ingegneria.

Quasi superfluo da sottolineare, l’università commerciale Luigi Bocconi nasce con una vocazione diversa, più specialistica, in un periodo in cui le scienze sociali si diversificavano sempre di più e lo studio delle discipline economiche e commerciali si stava emancipando dallo studio della filosofia o della giurisprudenza, per esempio, e l’aggettivo qualificativo “commerciale” restringe così l’ambito di applicazione del significato storico del sostantivo.

Ma l’approccio agli studi, pur in un ambito più ristretto di applicazione, rimane lo stesso: la ricerca che scaturisce dal confronto e dal dialogo, l’interdisciplinarietà, la discussione aperta, il dibattito e lo scambio di punti di vista ed idee diverse.

Infatti, proprio nel periodo iniziale dell’Ateneo sono professori illustri della Bocconi giuristi di fama come Angelo Sraffa, rettore per tanti anni, e padre di Piero, uno dei più originali economisti del secolo scorso il cui metodo di indagine si affidava alla ricerca storica e all’analisi degli economisti classici, in particolare Ricardo, come ho imparato ad apprezzare nel preparare la mia tesi di laurea che mi ha poi portato a proseguire i miei studi economici dopo la laurea qui in Bocconi all’Università di Cambridge. Ai giorni nostri, poi, l’interdisciplinarietà risiede all’interno di quella che solo alcuni decenni fa era un’unica disciplina accademica come l’economia stessa, ormai diversificata in studi di economia aziendale, economia politica e finanza, solo per citare tre delle branche principali; ma si potrebbe proseguire evidenziando il nuovo campo di studi di political economy che proprio qui in Bocconi ha uno dei suoi rappresentanti più significativi nel professor Guido Tabellini, autore di studi pioneristici nel campo delle relazioni tra istituzioni politiche e crescita economica, così come nello stesso settore di indagine si è distinto un altro illustre bocconiano, il compianto professor Alesina.

Tutto questo per dire, che anche laddove un’istituzione accademica si specializza, la sua funzione di ricerca e di confronto tra discipline e punti di vista diversi rimane comunque il suo tratto distintivo e la sua vocazione e sono particolarmente felice di vedere che anche l’offerta didattica della Bocconi si è diversificata nel corso degli anni con un vero e proprio corso di laurea in giurisprudenza e anche vari corsi di laurea specialistica e dottorati di ricerca in scienze politiche.

Ho pensato a tutti questi aspetti perché ricordo che quando iniziai i miei corsi in Bocconi provai una certa insoddisfazione per il peso che gli studi di economia aziendale e diritto avevano anche per chi, come me, voleva focalizzarsi sugli studi di economia politica e sulle grandi questioni di policy. In realtà, sono stati proprio quegli studi, e il respiro ampio della formazione che ho ricevuto in quegli anni, che mi sono tornati utili quando ho intrapreso la mia carriera da civil servant nel mondo delle banche centrali e delle autorità di vigilanza bancaria. E devo moltissimo al Professor Lunghini, anch’egli scomparso recentemente: fu lui, da relatore della mia tesi tutta incentrata sul dibattito economico sulla grande depressione del 1929, e in particolare sulle figure di Sraffa e Keynes, a incoraggiarmi ad avviare la mia carriera alla Banca d’Italia, a contaminare la mia passione per gli studi accademici con la vocazione per l’impegno nelle istituzioni.

La Bocconi è stata anche il luogo dove ho incontrato i temi dell’integrazione europea, che sono diventati centrali in tutta la mia successiva vita professionale. Erano gli anni che portarono all’atto unico europeo, risultato della Conferenza intergovernativa avviata sotto la Presidenza italiana dell'UE, che indicò la realizzazione del mercato interno entro il 1992 come obiettivo irrinunciabile per il progresso economico e politico della Comunità europea. Sul fronte economico, il dibattito nel nostro Paese aveva il suo cuore pulsante qui all’Università Bocconi, e in particolare nelle persone di Mario Monti e Franco Bruni. L’integrazione europea era una leva per un ammodernamento ormai non più rinviabile del nostro sistema economico e istituzionale. L’indipendenza della banca centrale e la decisione di avviare una riforma profonda del sistema bancario – la “foresta pietrificata” descritta da Giuliano Amato – erano parte integrante di un progetto di cambiamento nazionale che affondava le proprie radici nel progetto europeo. La crisi che stiamo attraversando da anni ha suscitato riflessioni critiche anche su quelle scelte. Ma non dovremmo dimenticare le profonde arretratezze che quelle riforme riuscirono a superare. In particolare, nel sistema bancario una forte presenza pubblica e una politicizzazione della governance, una segmentazione dei mercati a detrimento della concorrenza, strutture istituzionali che impedivano il ricorso al mercato dei capitali non avevano creato più stabilità. Al contrario, le palesi inefficienze e distorsioni nell’allocazione del credito si associavano a frequenti episodi di instabilità e interventi di supporto pubblico. Ma al di là degli specifici elementi del dibattito sulle scelte di politica monetaria e bancaria, la prospettiva europea così viva nella Bocconi di quegli anni era anche una scelta culturale più profonda, di apertura al mondo e di arricchimento del discorso pubblico con la prospettiva del raffronto con esperienze di altri paesi, nella ricerca di un punto di vista comune.

La lezione degli studi universitari applicata alla mia esperienza professionale

Gli insegnamenti appresi in quegli anni sono stati preziosi nella mia esperienza professionale successiva, quando la mia formazione economica ha dovuto orientarsi a complesse questioni normative e servire un profondo mutamento degli assetti istituzionali, con un progressivo trasferimento a livello europeo delle responsabilità di regolamentazione e vigilanza bancaria.

In questo percorso ho avuto il privilegio di essere guidato da un altro maestro bocconiano, Tommaso Padoa-Schioppa, che ha ricevuto questo stesso premio più di trent’anni orsono.

Nella prefazione ad un suo libro,[1] Padoa Schioppa suggerisce di applicare il motto dello stemma ufficiale degli Stati Uniti d’America – e pluribus unum - al processo di integrazione Europea. In realtà, egli lo utilizza per elucidare il processo di formazione del Sistema Europeo di Banche Centrali ma credo che possa essere facilmente esteso a tutto il processo di unificazione Europea. Tale motto, nella sua accezione latina medievale, indica un processo di unificazione partendo da una pluralità di elementi diversi. L’Europa, considerata la sua lunga storia e le sue tradizioni, sarà sempre una pluralità di esperienze diverse e di modi di sentire diversificati.

Ma proprio da questa diversità che deve essere riconosciuta e valorizzata può emergere una nuova unità che non sia la somma delle esperienze nazionali ma una nuova dimensione derivante dalla loro sintesi, quello che nel trattato di fondazione della Comunità Europea viene definita come “una Unione sempre più stretta tra i popoli europei” (ever closer Union nella versione inglese).

In un periodo in cui l’Unione europea e le sue istituzioni sono spesso sottoposte a critiche, credo che si debba prestare attenzione a questo aspetto essenziale dei processi europei: la capacità di produrre scelte condivise, di trovare un modo comune di procedere anche quando si parte da posizioni molto distanti. Purtroppo, le narrazioni che prevalgono sui mezzi di comunicazione nazionali sono sempre concentrate su ciò che divide, sugli elementi di insoddisfazione nelle decisioni finali, sulle contrapposizioni tra posizioni nazionali. Quello che si perde di vista è l’enorme sforzo di ascolto reciproco, l’attenzione ad analizzare un problema in tutta la sua complessità e a vagliare attentamente tutte le soluzioni per arrivare alla migliore decisione possibile, con il consenso più ampio possibile. Non c’è dubbio che sia un processo decisionale complesso, a volte lento nel reagire agli eventi. Ma la sua capacità di creare unità di intenti dalla diversità di opinioni continua a sembrarmi il punto di forza della nostra Unione.

Questa fondamentale capacità di creare unità dalla diversità è tanto maggiore quando muoviamo da forme soft di coordinamento di politiche nazionali all’attribuzione di poteri hard, regolamentari e decisionali, a istituzioni europee. Nella mia esperienza personale, il passaggio dal Comitato dei Supervisori Bancari (CEBS) all’Autorità Bancaria Europea (EBA) e infine al Meccanismo Unico di Vigilanza (SSM) istituito all’interno della BCE segna un chiaro progresso. Al CEBS ogni autorità nazionale manteneva un sostanziale potere di bloccare una decisione comune: tutto procedeva bene finché c’era accordo, ma quando la crisi arrivò nel 2007-2008 la cooperazione collassò rapidamente e le decisioni vennero riportate tutte all’interno di processi nazionali. La pluralità di opinioni non riuscì a produrre una risposta unificata alla crisi. Soffriamo ancora oggi delle conseguenze nefaste di quella incapacità di decidere insieme, con il mercato unico bancario segmentato lungo linee nazionali.

L’EBA ha rappresentato un innegabile passo avanti, con meccanismi di decisione a maggioranza e chiari poteri allocati direttamente a livello europeo. Ma per alcuni anni la responsabilità di vigilanza diretta delle banche rimase a livello nazionale, con la conseguenza che la rapidità e l’efficacia dell’azione di rafforzamento dei bilanci bancari non è stata uniforme tra paesi. È solo con l’Unione bancaria e l’attribuzione diretta di responsabilità di vigilanza alla BCE che si è veramente creata la possibilità di una vera unità di azione. La diversità di punti di vista e di esperienze è ben presente in tutti i nostri processi decisionali, dai Joint Supervisory Teams (JST), che sono coordinati dalla BCE ma comprendono anche staff delle diverse autorità nazionali dei paesi in cui la banca è presente, ai team ispettivi a composizione mista, fino al Supervisory Board, che ho l’onore di presiedere e che mantiene una governance fortemente incentrata su rappresentanti nominati dalle autorità nazionali – 21 dei 27 membri con diritto di voto sono a capo delle vigilanze nazionali. Molto spesso le decisioni vengono prese in maniera consensuale, senza bisogno di votare. Quasi sempre, direi, la decisione finale è migliore della proposta iniziale, perché il nostro Consiglio lavora davvero come un organo collegiale in cui ognuno cerca di contribuire a una decisione comune che rappresenti la sintesi migliore delle varie posizioni.

Questo passaggio a responsabilità europee anche nel campo della vigilanza bancaria ha permesso una risposta più rapida e unificata alla crisi conseguente alla pandemia. Potremo sicuramente compiere errori, ma il fatto che ogni decisione sia sottoposta a un vaglio approfondito e un intenso dibattito interno rappresenta un importante elemento di salvaguardia. L’esperienza di questi ultimi mesi conferma la conclusione di Mario Draghi,[2] che sistemi di integrazione basati sul conferimento di poteri esecutivi a istituzioni europee sono superiori a quelli basati su regole comuni.

A che punto siamo nel processo di unificazione europea

Come tutti sappiamo il processo di unificazione europea rimane work in progress, anche nel campo bancario. Da anni si dibatte delle iniziative necessarie per completare l’Unione bancaria. Ma sembra difficile trovare un accordo per compiere gli ultimi, necessari passi.

Il carattere evolutivo del progetto europeo è stato a lungo uno dei suoi più importanti elementi di forza. Ha consentito di procedere a un’integrazione graduale, con una velocità mutevole a seconda delle necessità economiche, delle volontà politiche del momento e del sostegno pubblico al cambiamento. La dinamica degli eventi, soprattutto in situazioni di crisi, ha spesso permesso di valorizzare i forti interessi comuni in un’Unione europea in grado di rispondere alle sfide del momento – il concetto di ever closer Union. Tuttavia, ci sono momenti storici in cui l’incompiutezza della costruzione istituzionale rischia di mettere a repentaglio il successo del progetto. Credo sia questo il caso del mancato completamento dell’Unione bancaria.

La gestione prevalentemente nazionale della passata crisi finanziaria ci ha lasciato un’eredità pesante. Il sistema bancario europeo rimane segmentato lungo linee nazionali. La riorganizzazione del settore è stata meno profonda del necessario, anche perché è avvenuta seguendo interessi e priorità nazionali, mentre il mercato aveva assunto una dimensione europea. A differenza di altre industrie e di altri paesi, in cui la riorganizzazione post-crisi ha beneficiato di un processo di consolidamento su scala europea e globale, molte banche europee hanno beneficiato di sostegno pubblico ma rimangono prive di un modello di business sostenibile. La capacità in eccesso che era stata creata prima della crisi è stata solo parzialmente eliminata, e il settore mantiene livelli di redditività molto bassi. La segmentazione della rete di protezione lungo linee nazionali ha mantenuto una forte connessione tra il merito creditizio delle banche e quello dei paesi che forniscono assicurazione ai loro depositanti. Il fatto che in caso di crisi siano i fondi di garanzia dei depositi nazionali a essere chiamati in causa implica che gli Stati membri hanno mantenuto barriere legislative e regolamentari che impediscono alle banche di operare in maniera veramente integrata sul loro mercato domestico, quello dell’Unione bancaria – il capitale e la liquidità delle banche vengono preservati in compartimenti nazionali, a protezione dei depositanti locali.

Ci troviamo in mezzo al guado, mentre le acque si stanno ingrossando e le nubi degli effetti economici della pandemia si stanno addensando. I primi due pilastri dell’Unione bancaria, la vigilanza unica e il meccanismo unico di risoluzione, potranno essere di grande aiuto. Ma bisogna completare velocemente la costruzione con gli elementi mancanti: il backstop per il Fondo Unico di Risoluzione (SRF) e un Fondo di Garanzia dei Depositi Europeo (EDIS). Solo la consapevolezza che in caso di difficoltà ci sarà una risposta veramente integrata a livello europeo può evitare il ripetersi degli errori degli anni scorsi. Questa volta dobbiamo essere più veloci nell’affrontare i problemi di qualità degli attivi bancari e più ambiziosi nell’affrontare, a livello europeo, le debolezze strutturali del settore. La BCE sta mettendo in atto tutte le misure che possono favorire l’integrazione e il consolidamento del nostro sistema bancario, all’interno del quadro istituzionale e normativo attuale. Ma potrebbe non essere sufficiente.

La natura particolare di questa crisi, originata da uno shock esogeno che ha colpito tutti i paesi dell’Unione, crea le condizioni per questo balzo in avanti. Non si tratta più, come nella crisi passata, di mettere assieme risorse per aiutare banche che versavano in condizioni difficili a causa anche di una loro incapacità di gestire i rischi, di scelte manageriali sbagliate e modelli di business insostenibili. È interesse di tutti, in tutti gli Stati membri, che il sistema bancario sia in grado di assorbire le perdite generate dagli effetti economici del Covid-19 e assistere imprese e famiglie, aiutando anche una trasformazione delle nostre economie verso attività più sostenibili e tecnologicamente più avanzate. Se politiche nazionali prevarranno anche questa volta, perché la rete di protezione per le banche rimarrà nazionale, usciremo da questa crisi con un sistema bancario ancora più segmentato e inefficiente di oggi, un fattore di divisione invece che di integrazione all’interno dell’Unione europea. Alcuni paesi saranno in maggiori difficoltà di altri, ma nessuno ne beneficerà.

Mi conforta che la Presidenza tedesca dell’Unione stia dedicando un forte impegno per il completamento dell’Unione bancaria. La natura esogena e simmetrica della crisi aperta dal Covid-19 ha già consentito di prendere misure di grande momento. Il compromesso raggiunto al Consiglio europeo di luglio in quattro giorni di discussioni e dibattiti tra i capi di stato e di governo avanza in maniera significativa il processo di integrazione europea. Alcuni hanno paragonato l’accordo raggiunto a un Hamiltonian moment per l’Unione europea. A differenza dell’origine degli Stati Uniti d’America non si tratta qui di un’assunzione di debito pregresso da parte di una istanza centrale ma, soprattutto, dell’emissione di debito comune che verrà poi distribuito agli stati membri per l’attuazione di progetti di sviluppo, lasciando a ciascun stato membro la responsabilità del pagamento del debito trasferito. Anche per l’Unione bancaria si tratta soprattutto di costruire le condizioni per una gestione integrata ed efficiente delle sfide future, comuni a tutti, e non per coprire perdite passate, che sono comunque già riconosciute e gestite in un quadro regolamentare e di vigilanza ormai veramente unificato.

Conclusioni

Il riconoscimento della Community degli Alumni Bocconi è molto importante per me. Mi piace leggerlo come rivolto ai tanti bocconiani che, come me, hanno portato a frutto i propri studi al servizio delle istituzioni, in Italia come in Europa e nel mondo. È stata per me una piacevole sorpresa alcuni mesi fa partecipare a un evento organizzato qui alla BCE e vedere quanti alumni sono miei colleghi qui a Francoforte. Non avrei dovuto sorprendermi, però. La formazione che si riceve alla Bocconi ha quei caratteri di universalità, apertura e specializzazione tecnica che ricerchiamo nel nostro staff. Mi piace leggerlo anche come un riconoscimento ai tanti italiani che lavorano nelle istituzioni europee e cha hanno intrapreso questa strada spinti anche da una formazione universitaria da sempre attenta e partecipe nei dibattiti che accompagnano lo sviluppo dell’Unione europea.

Vorrei concludere con due riflessioni.

La prima riguarda i funzionari pubblici nelle istituzioni europee. Nella mia esperienza ho avuto il piacere di collaborare con tanti colleghi che si dedicano al loro lavoro con un misto di passione e disinteresse, di partecipazione individuale e di annullamento all’interno dell’istituzione che incarna l’interesse pubblico. Questo mi ha portato a vedere le istituzioni come forza di cambiamento, come portato dell’esperienza collettiva che reinterpreta continuamente l’interesse generale e indirizza il vivere collettivo. L’Unione europea è stata, ed è, il campo naturale per la pratica di questa nozione di servizio pubblico, un laboratorio di nuovi equilibri istituzionali, una forza rivoluzionaria non violenta, una “forza gentile” come Padoa-Schioppa la ha efficacemente descritta[3]. Non posso trattenere un sorriso amaro quando si presentano gli eurocrati come freddi tecnici lontani dagli interessi dei cittadini.

La seconda riflessione riguarda il concetto di lealtà dei dipendenti delle istituzioni europee. A volte si pensa che questi debbano rappresentare gli interessi nazionali e sostenere le posizioni delle rispettive capitali. Non nego che alcune autorità nazionali possano mettere pressione in questa direzione. E che alcuni funzionari europei possano avere cedimenti a questa logica nazionale del loro ruolo. Io ho un ricordo vivido delle discussioni con i miei superiori in Banca d’Italia, quando mi accingevo a lasciare per la prima volta il lavoro in Via Nazionale per il mio primo incarico alla BCE, nell’anno in cui era stata lanciata l’Unione monetaria. Tutti mi dissero con chiarezza che la mia lealtà avrebbe dovuto essere rivolta al mio nuovo datore di lavoro, al cui organismo direttivo peraltro la Banca d’Italia partecipava. Al tempo stesso, mi dissero che si aspettavano da me che portassi a Francoforte gli insegnamenti e la cultura che avevo acquisito in Banca d’Italia. L’altra lezione che ho appreso in Banca d’Italia è stata che nel mondo delle banche centrali i buoni argomenti contano, e devono prevalere sulle bandiere. Lealtà europea, cultura italiana e forte orientamento tecnico: questi principi sono stati i capisaldi del mio lavoro in Europa, e sono quelli che cerco di trasmettere ai miei colleghi più giovani.

Grazie per la vostra attenzione.

[1]T. Padoa Schioppa, L’Euro e la sua Banca Centrale. L’unione dopo l’Unione, Il Mulino, Bologna, 2004. Versione originale, The Euro and its Central Bank. Getting united after the Union, MIT Press, Boston (Mass.), 2004.
[2]Mario Draghi, “Sovereignty in a Globalised World”, Discorso al conferimento della Laurea honoris causa in legge dall’Università degli Studi di Bologna, 22 febbraio 2019.
[3]T. Padoa Schioppa, Europa, forza gentile, Il Mulino, Bologna, 2001.

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