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Intervista con La Repubblica

Intervista con Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della Bce, realizzata da Francesco Manacorda

18 maggio 2022

Dottor Enria, partiamo proprio dalla congiuntura e dai suoi riflessi sulle banche. Come sono cambiate le cose da marzo?

La situazione del settore bancario all’inizio di quest’anno, prima dell’aggressione russa in Ucraina, era molto positiva. C’era un riconoscimento generalizzato di solidità patrimoniale, di progresso nella pulizia dei bilanci e quindi nella riduzione dei crediti deteriorati (Non Performing Loans) e prospettive di buona redditività, determinate anche da una prospettiva di normalizzazione della politica monetaria e di uscita da un lungo periodo di tassi di interesse molto bassi.

Poi la guerra, le sanzioni contro la Russia, le svalutazioni delle banche europee sulle loro partecipazioni in quel paese, il rallentamento dell’economia…

Le svalutazioni non sono il problema principale. Anche nel peggiore dei casi, se le banche europee dovessero per ipotesi azzerare il valore delle loro esposizioni, anche in derivati, verso controparti in Russia, Ucraina e Bielorussia, avrebbero ancora una patrimonializzazione pienamente sufficiente rispetto a quanto richiesto dalla vigilanza. Il grosso punto interrogativo non è tanto l’esposizione diretta delle banche verso quei paesi, ma un deterioramento delle prospettive di crescita più rilevante di quello che ci si aspetta al momento. Ieri la Commissione ha pubblicato le sue proiezioni macroeconomiche, prevedendo un significativo rallentamento della crescita del Pil nella zona euro. Ma le previsioni indicano ancora ancora una crescita positiva, del 2,7% nel 2022 e superiore al 2% il prossimo anno. Uno scenario ben diverso a quello che avevamo all’inizio della pandemia, con la prospettiva di una recessione senza precedenti nell’Europa del dopoguerra.

Gli effetti della pandemia erano stati del tutto superati dal sistema bancario prima che scoppiasse la guerra? 

Il significativo supporto monetario da parte della Bce e fiscale da parte dell’Unione europea con il programma Next Generation EU, che è stato un cambiamento strutturale di grande importanza, avevano portato a un rimbalzo molto forte della crescita, con un’uscita più rapida del previsto dalla crisi. Dal punto di vista delle banche questo ha anche consentito un recupero di redditività significativo con la prospettiva di rendimenti finalmente superiori al costo del capitale azionario. Sia nel 2020 sia soprattutto nel 2021 c’è stato un evidente progresso nella riduzione delle attività deteriorate. Tuttavia, nell’ultimo trimestre del 2021 abbiamo anche registrato un leggero incremento dei crediti problematici e di quelli ristrutturati. Questo significa che con l’uscita dalle misure di sostegno pubblico la pandemia sta avendo un qualche effetto negativo sulla qualità degli attivi, anche se per ora non di dimensioni preoccupanti.

Oggi lei incontra i banchieri italiani. Qual è la situazione del sistema a livello nazionale?

Il settore bancario italiano ha fatto progressi notevoli nella pulizia dei bilanci ed è ora vicino alla media europea nella qualità degli attivi. Inoltre ha recuperato redditività e sta affrontando in maniera efficace la rifocalizzazione dei modelli di business. Abbiamo visto più concentrazioni bancarie che in altri paesi, nonché la riorganizzazione del credito cooperativo.

Intanto le tensioni inflazionistiche spingono la Bce verso un rialzo dei tassi, con il rischio di frenare l’economia.

Per le banche la prospettiva di una normalizzazione dei tassi di interesse è un elemento positivo. Aumenta i margini di interesse e dunque incrementa la loro redditività. Ovviamente questa stessa dinamica potrebbe avere anche effetti negativi sulla qualità del credito, poiché’ alcuni debitori potrebbero trovare più difficile pagare il credito ottenuto. Inoltre un rialzo dei tassi potrebbe causare effetti negativi anche sulle valutazioni dei titoli a reddito fisso detenuti dalle banche. Tra gli istituti ci saranno vincenti e perdenti, ma l’effetto medio sul sistema sarà tutto sommato positivo.

Davvero l’inflazione non rischia di creare danni all’economia reale che si trasmetteranno poi al sistema bancario?

Se guardiamo allo scenario di base di un’inflazione in crescita significativa nel 2022 e poi in graduale riduzione verso l’obiettivo del 2% nel 2023 non lo vediamo particolarmente dannoso per le banche. Quello che rimane un rischio rilevante, forse il secondo rischio dopo uno scenario di significativo calo della crescita o addirittura di una recessione, è una fase di elevata volatilità e significativi e inattesi rialzi dei rendimenti sui mercati finanziari. Questo potrebbe avere un effetto negativo soprattutto in quei segmenti del mercato ad alto rischio, dove le valutazioni si sono spinte troppo in alto e alcuni operatori – specie non bancari - hanno preso posizioni concentrate e hanno ignorato segnali di deterioramento della qualità degli attivi. Un esempio è il mercato dei “leveraged loans”, cioè dei prestiti ad alta leva finanziaria”.

Uno scenario che vi spinge a chiedere maggiore prudenza agli istituti?

Già da tempo abbiamo chiesto alle banche di adottare strategie più prudenti in questi mercati, con un risk management più robusto e sistemi di limiti alle esposizioni, ma le nostre indicazioni finora non hanno avuto il seguito che ci saremmo aspettati. Rimaniamo preoccupati che questo possa essere un elemento di rischio nei prossimi mesi. Dall’inizio del 2018 a oggi le esposizioni con un’alta leva finanziaria sono aumentare da circa 300 miliardi a 500 miliardi di euro, una crescita del 66%, spesso anche con basse protezioni contrattuali che a parità di altre condizioni aumentano i rischi per le banche.

E i rischi di problemi per l’economia reale, come si rifletteranno sui bilanci bancari?

Abbiamo chiesto alle banche di rivedere le loro proiezioni e le traiettorie patrimoniali alla luce del nuovo quadro macroeconomico, anche considerando scenari avversi. Inoltre stiamo guardando al possibile aumento del rischio in alcuni settori di attività economica che possono soffrire di più dall’aumenti dei prezzi dell’energia e di altre materie prime. Con il Covid erano stati colpiti i servizi; ora i rischi sono più concentrati nel manifatturiero, ad alto utilizzo di energia, e nell’immobiliare, che è più sensibile a rialzi dei tassi di interesse.

L’unione bancaria langue. Se ne è parlato all’Eurogruppo del 3 maggio e se ne riparlerà presto. Ma le resistenze di alcuni paesi rimangono. Perché?

Gli argomenti per un completamento dell’unione bancaria sono molto forti. Dobbiamo muoverci verso un sistema completo anche nella rete di protezione: non solo vigilanza europea, non solo la risoluzione europea delle banche più rilevanti, ma anche un sistema di gestione delle crisi di tutte le banche e di protezione dei depositi che sia veramente europeo. Non mi aspetto passi da gigante, ma l’importante è che ci siano avanzamenti nella gestione delle crisi delle banche di media dimensione, secondo il modello flessibile ed efficace utilizzato con successo negli Stati Uniti. L’unione serve anche a favorire l’integrazione e le operazioni transfrontaliere. Dopo la Grande Crisi abbiamo visto un crollo dell’attività bancaria transfrontaliera, le concentrazioni del sistema bancario sono insufficienti e stanno avvenendo in prevalenza all’interno dei confini nazionali. Le banche non considerano ancora l’unione bancaria come il loro mercato domestico; questo rappresenta un problema per l’efficienza e la competitività del sistema. Da ultimo, ne risentirà l’economia reale.

Tra la pandemia e la guerra l’Unione europea sembra aver trovato una nuova spinta. Potrebbe servire anche per l’unione bancaria?

L’ Unione europea ha dimostrato una sorprendente capacità di rispondere a queste sfide comuni in modo rapido e unito. Per la prima volta, con Next Generation Eu, abbiamo utilizzato risorse finanziarie europee per attenuare l’impatto di uno choc che colpiva l’intera Unione, ma in particolare alcuni paesi, con un importante esercizio di solidarietà europea. Sono anche in discussione temi molto importanti per il futuro dell’Unione, come l’estensione delle decisioni a maggioranza. Per quello che riguarda l’unione bancaria rimangono alcune interpretazioni fuorvianti. Abbiamo più di 7 mila miliardi di depositi protetti (sotto i 100.000 euro) in Europa, che potrebbero arrivare a quasi 8 mila per fine 2023. Dal lato politico si guarda a questa cifra stratosferica e si pensa che un’assicurazione dei depositi europei porterebbe a una garanzia fiscale comune che copra questo intero ammontare. Questo spaventa i politici che devono prendere le decisioni. In realtà la situazione è diversa. Innanzitutto il sistema di garanzia dei depositi riguarda principalmente le banche medie e piccole, visto che le istituzioni sistemiche sono già coperte dal meccanismo di risoluzione europeo e dal rispettivo fondo. Inoltre, i fondi di garanzia dei depositi sono alimentati dalle banche stesse e anche nel caso di una crisi enorme come la Grande Crisi Finanziaria che ha fatto seguito al fallimento di Lehman Brothers, negli Usa sono riusciti a far uscire dal mercato 489 banche di medie e piccole dimensioni usando solo i fondi privati raccolti dalle banche, senza alcuna necessità di supporto pubblico. Se il sistema funziona bene la possibilità che la garanzia pubblica venga effettivamente utilizzata è estremamente bassa. Spero che il nuovo clima istituzionale consenta di fare passi avanti verso il completamento dell’unione bancaria, ma questo ostacolo politico rimane difficile da superare.

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