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Intervista con Il Sole 24 Ore

Intervista con Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della Bce, realizzata da Fabio Tamburini e pubblicata il 23 giugno 2020

23 giugno 2020

Il sistema bancario europeo è in posizioni migliori rispetto a 10 anni fa grazie a più capitale, più liquidità, più solidità patrimoniale e meno Npl, dimezzati in 10 anni. Possiamo stare tranquilli?

Finora ha retto bene permettendo alle imprese di avviare la traversata nel deserto necessaria per ripartire, ma la crisi è ancora in una fase delicata. L’incertezza è radicale, come confermano i colleghi BCE che si occupano di proiezioni macroeconomiche. La verità è che non sappiamo quale sarà il punto di caduta della situazione attuale, né se ci sarà una seconda ondata di contagi e misure di contenimento. È chiaro che, in quest’ultimo caso, finirebbe per avere conseguenze ben più serie sui bilanci bancari. Per questo stiamo avviando una analisi di vulnerabilità, su come i conti delle banche potrebbero evolvere attraverso diversi scenari.

Che giudizio dà sulle banche europee?

Resta una situazione di debolezza strutturale perché il settore brucia capitale da dieci anni. Sulle ragioni si può discutere a lungo. Di sicuro c’è carenza di ristrutturazioni. Credo sia utile il confronto con il caso statunitense. Dopo la crisi della Lehman brothers, il consolidamento è stato rapido: oltre 450 banche chiuse in soli quattro anni, con operazioni di consolidamento a livello federale. In Europa, al contrario, ci sono stati finanziamenti pubblici a pioggia da parte dei singoli Stati, qualche consolidamento ma solo nazionale. La redditività è rimasta molto bassa e questo ha conseguenze sulle valutazioni di mercato, con le banche europee quotate che mediamente capitalizzano il 30% del proprio valore di libro.

Come rimediare?

Le azioni possono essere diverse, e sono principalmente nelle mani del management bancario. Noi diciamo che le banche devono ritornare ad attrarre gli investitori e aumentare la capacità di generazione di capitale. E questo vale per tutti i Paesi dell’area euro anche se ci sono situazioni differenziate. Alcune banche sono su una buona strada, mentre ad altre abbiamo chiesto di cambiare percorso.

Il sistema bancario italiano è messo peggio della media europea? 

Non è disallineato perché si è rafforzato sia in termini patrimoniali, sia come crediti deteriorati. Così il livello di solidità è diventato maggiore, avvicinandosi alla media delle banche europee. Rimangono limiti strutturali: bassa redditività, costi elevati, carenza d’investimenti in tecnologie avanzate o dipendenza da sistemi obsoleti. Aggiungo che l’opera di pulizia dei bilanci non è ancora completata. In Italia gli Npl sono al 6,7% contro una media del 3,2% nell’area euro.

Il problema irrisolto della bassa redditività si aggraverà con questa violenta recessione?

Indubbiamente sì.

A che punto siamo con l’Unione bancaria europea?

Il bicchiere può essere giudicato mezzo pieno o mezzo vuoto. Io preferisco vederlo mezzo pieno. È vero che non è stata completata, ma è stato fatto molto. Rispetto al 2009, il salto di qualità e tempestività risulta notevole. Le autorità Europee hanno garantito una risposta allo stato d’emergenza rapida, efficace ed unificata. L’Unione bancaria sta funzionando anche se ci sono alcuni aspetti che non consentono una risposta davvero europea alla crisi.

Quali?

Va completato l’assetto istituzionale, con la creazione del fondo europeo di garanzia dei depositi e l’implementazione del backstop al fondo unico di risoluzione. Finché non c’è una rete di protezione integrata il mercato rimane segmentato a livello dei singoli Stati. Tendenzialmente gran parte degli aiuti in risposta ad una crisi sono di natura nazionale, producono risultati localmente, e contribuiscono a creare una pericolosa dipendenza tra Stato e banche. Nel 2010-2013 ci sono state realtà in cui gli Stati sono andati in sofferenza per intervenire a sostegno delle banche, come Spagna e Irlanda, mentre in altri le difficoltà si sono trasmesse dal Paese alle banche, come in Grecia e Portogallo. La dipendenza tra Stato e banche è un circolo vizioso che crea spaccature e disparità di condizioni di accesso al credito, fragilità del sistema, distorsioni della concorrenza.

Può fare un esempio?

Il credito a imprese con simili caratteristiche può arrivare a costare di più nel Nord Italia al confine con l’Austria, che nella stessa Austria, in un ambito geografico pur molto ristretto. Serve una integrazione maggiore come accade, per esempio, negli Stati Uniti, dove un’unione bancaria completa redistribuisce i rischi tra Stati ed evita che i clienti delle banche, famiglie e imprese, siano più svantaggiati in alcuni Stati che in altri.

Il post Covid, sia a livello nazionale che transfrontaliero, sarà occasione per fusioni e acquisizioni, diversificazioni, taglio dei costi, cambiamenti dei business model?

Non può che essere così perché l’emergenza sanitaria ha ridotto e sta riducendo i margini di redditività.

Giocherete un ruolo?

Noi possiamo averlo ma lo sguardo deve ampliarsi a quanto può essere fatto in ambito legislativo e da altre autorità, in particolare per le aggregazioni cross border (tranfrontaliere, ndr). Gli ostacoli regolamentari a una gestione integrata del capitale e della liquidità a livello europeo vanno rimossi. Noi stiamo per avviare una consultazione pubblica sul modo in cui valutiamo le aggregazioni. In particolare precisiamo come consideriamo la sostenibilità del modello di business, sistema di governance e gestione del rischio, le necessità di capitale che dovrà avere la nuova entità nascente rispetto a quelle di partenza, il trattamento dell’avviamento negativo (“badwill”) generato dall’operazione. Per quanto riguarda le concentrazioni ho percepito che c’era la convinzione diffusa di un atteggiamento negativo della Bce, pronta, secondo alcuni, a scoraggiare i protagonisti aggreganti con la richiesta di maggior requisiti patrimoniali. Non è così, come confermerà l’uscita a breve di una guida per chiarire alcuni punti fondamentali, garantendo trasparenza e prevedibilità.

Qual è il suo giudizio sull’offerta di Intesa Sanpaolo su Ubibanca?

L’operazione ha ricevuto un via libera preliminare da parte della Bce qualche settimana fa perché dal nostro punto di vista rispetta i criteri che siamo chiamati a valutare. Trattandosi di un’operazione in corso e al vaglio di altre autorità non posso aggiungere altro, anche se in generale, sia pure con prudenza, guardiamo con favore a processi di aggregazione.

Come vede la presenza di un azionista privato nel capitale di una banca d’affari con una percentuale elevata del capitale? Può essere un fattore d’instabilità?

Lei si riferisce ad un’altra valutazione ancora in corso. In questo caso la nostra procedura è appena iniziata e ci sarà bisogno di qualche settimana prima di portarla a termine. Noi valutiamo con attenzione ogni cambiamento rilevante negli assetti azionari, sempre mantenendo la prospettiva della sana e prudente gestione della banca.

La Bce vede il rischio che alcune banche italiane possano finire in mani straniere in questa fase di debolezza dell’economia?

Non ritengo ci sia una specificità italiana. Il giudizio sui consolidamenti nazionali è positivo ma possono esserci, e devono esserci, operazioni su scala transnazionale consentendo al sistema bancario europeo di essere più integrato.

Come giudica la biodiversità bancaria? E’ importante che sopravvivano banche di piccole e medie dimensioni? Che ruolo devono avere?

Non mi fraintenda. Non vogliamo spingere ad ogni costo al consolidamento. La biodiversità è una forza. A condizione che ci siano competenze, tecnologie, redditività adeguate. Nessuno ha intenzione di spingere verso un modello unico, neppure per dimensione.

Le misure anti Covid di allentamento dei requisiti prudenziali per la concessione dei prestiti si stanno rivelando efficaci?

La prima impressione è che lo siano. Sia in marzo che in aprile, le banche hanno ristretto le condizioni per dare credito molto meno di quanto non avessero fatto durante la crisi del 2009, anche grazie a tempestive misure di supporto da parte della politica monetaria e della vigilanza.

Resta il fatto che una parte delle banche non aumenta i finanziamenti alle imprese perché non sa quando la vigilanza chiederà di ricostituire i requisiti prudenziali adottati nella gestione ordinaria dei prestiti. Le risulta?

Abbiamo detto con chiarezza che concederemo tempi adeguati. È vero però che le banche ci stanno chiedendo chiarezza sui tempi di rientro. E probabilmente daremo indicazioni sui percorsi di aggiustamento post-crisi nel mese di luglio.

Darete i tempi anche della sospensione dei dividendi e dei buy-back?

Sì, le banche ci hanno chiesto di fare chiarezza al più presto. Sono misure eccezionali e temporanee, destinate a essere eliminate appena ci saranno più certezze.

È possibile un primo bilancio delle decisioni prese sui dividendi?

Credo che sia stato un provvedimento assolutamente necessario, senza il quale avremmo visto uscire dal sistema bancario quasi 30 miliardi di capitale in un momento difficile.

Negli anni passati una delle cause della stretta creditizia sono state le regole prudenziali (più capitale e meno npl) imposte alle banche, regole ora allentate o sospese proprio per favorire i finanziamenti in questa fase di emergenza: tutto tornerà come prima o l’Europa ha imparato che le troppe regole frenano il credito?

Credo sia il contrario. La risposta alla crisi pandemica dimostra che le regole introdotte dopo il 2009 hanno funzionato e stanno funzionando bene. L’effetto è sicuramente positivo. È grazie a quelle regole se il sistema oggi è in grado di reggere ad una crisi di queste proporzioni.

La recessione pandemica aumenterà gli Npl? C'è veramente il rischio che raddoppino tornando da 500 miliardi a 1000 miliardi?

Difficile fare qualsiasi previsione in questa fase anche se il peggioramento della situazione è inevitabile e le banche dovranno fare attenzione. Questo è particolarmente necessario per le banche che non hanno avuto grandi problemi di Npl negli anni recenti e non hanno esperienza con l’applicazione delle linee guida della Bce.

L'aumento delle sofferenze post Covid potrà riproporsi come un problema per singoli Paesi oppure ci saranno casi isolati, banca per banca?

La pandemia nasce come shock simmetrico, che ha coinvolto tutti gli Stati europei e le misure di sostegno a livello europeo sono state le stesse per tutte le banche. Al contrario, a livello nazionale, aiuti e garanzie ai clienti degli istituti di credito sono stati significativamente diversi tra Paesi, dal 2% al 40% del Prodotto interno lordo. Di conseguenza, la diversità degli aiuti renderà diverso l’impatto sulle banche nei vari Paesi. In assenza di politiche integrate a livello europeo si avrà ulteriore segmentazione dei mercati, in contrasto con gli obiettivi dell’Unione bancaria.

Le banche di minor dimensione sono quelle che avranno le difficoltà maggiori?

Dipende. Generalmente in Europa le banche più piccole hanno solidità patrimoniale e liquidità più alta. L’impatto più che dalle dimensioni dipenderà dall’essere più esposte o meno ai settori più colpiti dalla crisi, quali possono essere il turismo, la ristorazione, i trasporti.

È vero che l'esposizione al business delle carte di credito è più colpito nella pandemia rispetto alle sofferenze dei crediti alle piccole e medie imprese?

Il credito al consumo è uno dei comparti più colpiti a livello globale. Negli Stati Uniti c’è grande attenzione ai rischi che corrono le banche con esposizione maggiore alle carte di credito, con la richiesta delle autorità di provvedere ad accantonamenti più consistenti. In Europa l’importanza del comparto è minore e le preoccupazioni sono minori, ma l’attenzione rimane.

Fino a che punto le garanzie pubbliche sui prestiti stanno funzionando?

Sono state la scelta più corretta che, combinata con altri provvedimenti di supporto delle autorità monetarie e di vigilanza, ha cercato di evitare distruzione di capacità produttiva.

Serve una bad bank europea per compensare le posizioni?

È prematuro parlarne. Rimango convinto che gli interventi fatti in Germania, Slovenia, Irlanda, Spagna dopo la crisi del 2008 siano stati particolarmente efficaci permettendo pulizie dei bilanci delle banche più rapidi ed efficaci. Tra l’altro, se ben gestite, le bad bank non producono perdite. Anzi, fanno perfino utili. Tutto dipende dall’evoluzione della crisi. Speriamo che non ce ne sia bisogno.

È vero che Bruxelles frena sulla bad bank europea? Sono i tedeschi ad essere contro?  

Circolano molte informazioni fuorvianti. La verità è che non se ne sta discutendo.

Serviranno asset management company a livello nazionale per smaltire i picchi di Npl post pandemia?

Al momento non mi sento di fare previsioni. Per avere una visione più chiara dell’impatto della crisi sui bilanci bancari stiamo effettuando una analisi di vulnerabilità i cui risultati verranno pubblicati il mese prossimo.

Altro problema irrisolto è la modernizzazione del sistema, dalle tecnologie alla digitalizzazione. La pandemia dimostra che, grazie al lavoro a distanza e alla chiusura delle filiali, le banche più avanzate tecnologicamente hanno una marcia in più. E le italiane come sono messe?

Non è una questione di nazionalità. Ci sono banche che hanno investito e altre in ritardo. Le banche che hanno persone nei consigli di amministrazione con competenze tecnologiche sono più avanti. Altre banche europee dipendono da sistemi tecnologici vecchi e obsoleti. Le stiamo mettendo sotto pressione affinché provvedano a cambiarli.

Il problema della cyber sicurezza è in aumento?

Ci stiamo lavorando molto, con campagne ispettive focalizzate. Non ci risulta che la crisi pandemica abbia aggravato la situazione. Le banche sono riuscite ad operare da remoto senza aumenti significativi degli attacchi informatici. Le preoccupazioni riguardano, in particolare, i servizi in outsourcing concentrati su pochi operatori, e spesso decentrati nei Paesi emergenti. Il lockdown non ha pesato quanto temevamo, anche se rimane un tema caldo: continueremo a investigare e discuterne con i banchieri.

Il riciclaggio di denaro sporco resta un fenomeno diffuso. Come vi state muovendo?

Noi non siamo responsabili dei controlli antiriciclaggio. Ma è anche vero che questi traffici hanno portato a fallimenti bancari, come in Lettonia. Il riciclaggio, che trae vantaggio dalla frammentazione delle autorità nazionali, può compromettere la stabilità bancaria. Siamo favorevoli a un’integrazione maggiore delle regole e l’affidamento dei compiti di controllo ad una autorità europea.

Il sistema delle casse di risparmio tedesco è basato su una rete di mutue garanzie tra le partecipanti, a volte insoddisfacenti. A che punto è l’intervento che avete avviato?

Sono sempre riluttante a parlare di casi specifici e, in proposito, sono comparse sulla stampa lettere che avrebbero dovuto restare riservate. Stiamo discutendo con l’associazione che le raggruppa chiedendo una serie di modifiche al loro sistema perché il rispetto di certi requisiti è la premessa per ottenere benefici derivanti dall’esenzione di parte delle regole. A luglio è attesa la valutazione definitiva della Bce e dell’autorità nazionale (BaFin), che vigila le banche di minore dimensione.

L’Italia non ha ancora interamente recepito la normativa europea sulla scelta degli amministratori delle banche, la loro valutazione ed eventuale rimozione. Manca il regolamento attuativo. Che tempi sono prevedibili?

Non è una domanda da rivolgere a me. Più volte abbiamo richiesto alle autorità italiane di provvedere, ma senza risultato. C’è grande preoccupazione perché l’ordinamento italiano non è in linea con le regole europee ormai da molti anni e manca una base solida per assicurare la qualità dei consigli delle banche, un presidio essenziale per la sana e prudente gestione. Questo complica l’esecuzione dei nostri compiti ed è una lacuna che deve essere colmata in fretta.  

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