Intervista con il Corriere della Sera

Intervista con Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza della Bce, realizzata da Federico Fubini il 10 luglio 2017 e pubblicata il 12 luglio 2017

Noi dobbiamo prima di tutto rispettare le regole – dice Angeloni - perché chi non lo fa non ha né la credibilità, né l’autorevolezza per poter proporre cambiamenti. Dobbiamo rispettarle. Dopodiché, una volta mostrata l’intenzione di far funzionare il sistema, si possono proporre fondatamente e magari anche raccogliendo il consenso, le giuste modifiche per andare avanti.

Dottor Angeloni, i ministri finanziari nell’Ecofin e la Commissione Ue sembrano più aperti sull’ipotesi di bad bank nazionali. È anche la sua impressione?

L’Ecofin ha un piano d’azione con diversi elementi. Uno riguarda il modo in cui i crediti deteriorati vanno rimossi dai bilanci, sul mercato o attraverso le cosiddette ‘bad bank’ nazionali. Se questo processo sulla base di una bad bank nazionale richiede tempo, nell’intervallo servirà un finanziamento. Penso che da parte della autorità europee ci sia una maggiore apertura nei confronti dell’idea che i bilanci pubblici debbano farsi in parte carico di questo problema. Ho la sensazione che ci sia una disponibilità a considerare forme di aiuti di Stato, valutandone la coerenza con le condizioni a cui devono sottostare per effetto delle regole europee. In particolare sul bail-in. Ma aspettiamo di vedere il lavoro della Commissione all’inizio dell’autunno.

L’operazione del governo per la Popolare Vicenza e Veneto Banca, con le garanzie a Intesa Sanpaolo, solleva polemiche. Si è svolta nelle regole europee?

Sì.

Dunque le proteste sono fuori luogo?

Sulla correttezza letterale non c’è dubbio. Da un punto di vista sostanziale l’autorità europea di risoluzione (Srb, ndr) ha deciso di non intervenire perché non esiste un interesse pubblico. Si passa quindi alla disciplina degli aiuti di Stato, che consente una procedura nazionale di liquidazione con gli aiuti di stato. E lo stato interviene perché esiste un interesse pubblico, diverso, sull’economia regionale. Il contrasto logico è evidente. È qualcosa che dovrà far parte della riflessione su come migliorare le regole e renderle coerenti.

Come avete fatto voi della Bce a dichiarare le banche venete prima “solvent”, solvibili, e poi pochi mesi dopo “fallite o sul punto di fallire”?

La dichiarazione di dissesto da parte nostra è soggetta a precise condizioni. Una banca deve trovarsi nell’impossibilità o quasi di soddisfare i requisiti patrimoniali o onorare gli impegni. La Bce deve dare alla banca tutte le ragionevoli possibilità di tenersi in piedi. E mesi fa, quando le due banche venete hanno chiesto al governo garanzie e una ricapitalizzazione precauzionale, sulla base degli ultimi dati disponibili la Bce ha valutato che le condizioni minime ci fossero. Dopo la situazione si è deteriorata ancora di più.

Non era meglio mettere le venete spalle al muro uno anno fa?

Spalle al muro in che senso?

Forzarle a trovare una soluzione.

Il nostro mestiere non è forzare, mi scusi. Ci sono cose che possiamo fare e altre no. Se una banca non è in procinto di perdere la solvibilità o la capacità di operare, possiamo far sentire la nostra presenza, non operare degli strappi. Nella primavera dell’anno scorso la situazione era difficile, ma c’era un fondo (Atlante, ndr) sostenuto dall’intero sistema finanziario italiano che si riprometteva una profonda ristrutturazione delle due banche.

C’è chi dice che lo Stato non avrebbe dovuto mobilitare 17 miliardi per due banchette, se l’Europa avesse aperto a una “bad bank” italiana nel 2014 o 2015.

Il costo dell’operazione per il contribuente sarà inferiore a quella cifra se, come probabile, la liquidazione degli attivi deteriorati frutterà nel tempo importi rilevanti. Quanto al resto, guardiamo avanti. E le chiedo una cosa io: sento molte voci in Italia che difendono l’investitore in bond bancari che si trova a rischio in certe situazioni, ma ne sento poche che difendono il contribuente. Non pensa che il contribuente italiano negli ultimi 10 o 15 anni sia già stato sufficientemente penalizzato? Il tanto bistrattato bail-in ha come finalità proprio la protezione del contribuente.

Non pensa che il costo senza intervento sarebbe stato più alto?

I contribuenti pagano nell’ipotesi che queste banche comportino un rischio sistemico tale che, senza intervento, investirebbe lo stesso contribuente in maniera peggiore. Forse è così. Nel frattempo però lui paga. Per cose che non solo non ha deciso, ma non ha né visto, né controllato. Cose che sono molto distanti da lui. Fra il contribuente e il punto in cui si è verificato l’errore c’è certamente una distanza maggiore di quella tra l’investitore in strumenti bancari e il problema stesso. È ora che si creino le condizioni per far sì che a pagare in caso di dissesto siano in primo luogo coloro che hanno investito in strumenti emessi da quelle banche, secondo lo spirito delle regole che si sono stabilite.

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