Intervista al Corriere della Sera

Intervista con Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di Vigilanza della Banca Centrale Europea, pubblicata il 20 Settembre 2016, realizzata da Federico Fubini

La Bce è stata criticata dalle banche per aver creato incertezza sul capitale richiesto, ritoccando più volte i requisiti. Forse adesso ci può essere una pausa?

Sì e mi spiego. Se qualche incertezza sui requisiti di capitale negli ultimi sei o dodici mesi c’è stata, essa è dovuta a incertezze di tipo regolamentare su quello che la legge europea indica e richiede sui requisiti di capitale. Lo scorso anno, la BCE ha eseguito un’analisi per determinare il requisito di capitale per ogni banca che si chiama Srep. Per la prima volta abbiamo usato un nuovo metodo, che ha portato a un lieve aumento dei requisiti di capitale per il 2016. Circa 0,30 o 0,40%. Questo Srep guarda alla rischiosità di tutta la banca, non solo alla qualità degli attivi di bilancio come si era fatto l’anno prima. A quel punto, dato che abbiamo valutato tutti i rischi, si può ritenere che se i rischi non cambiano si è arrivati a un plateau, a una ‘velocità di crociera’ dei requisiti di capitale in relazione a quei rischi. Sia Draghi che Nouy hanno detto che siamo arrivati a un livello appropriato.

Naturalmente la situazione di ogni singola banca andrà valutata individualmente, e potranno esservi dei cambiamenti nei requisiti di ciascuna, ma il livello complessivo il requisito di capitale non dovrebbe variare in maniera significativa.

Quando è che una banca è ritenuta così vicina ai livelli minimi dei suoi requisiti patrimoniali da non poter distribuire bonus, dividendi o cedole agli azionisti subordinati?

Lo prevede un articolo del regolamento europeo sui requisiti di capitale. Abbiamo chiesto chiarimenti alla Commissione e all’Eba su come si applica tale livello soglia. Anche seguendo i loro suggerimenti, a partire da quest’anno distingueremo fra requisiti in senso stretto e linee-guida, o indicazioni. Solo il mancato soddisfacimento dei primi comporterà automaticamente il divieto alle distribuzioni che lei menziona. Le linee guida invece non comporteranno interventi automatici e immediati, ma piuttosto un’azione di vigilanza progressivamente più incisiva e mirata. In generale, salvo ragioni specifiche ed eccezionali, ci aspettiamo che anche le linee-guida siano rispettate.  

Sono queste le regole che spiegano l’aumento di capitale in vista per Unicredit?

Sono le regole che si applicano a tutte le banche, anche se non è ancora stato reso noto quale sia il requisito indicato a questa e alle altre banche. Lo sarà probabilmente in gennaio, quando il processo Srep sarà concluso. Stiamo ancora lavorando, abbiamo praticamente finito i primi calcoli. Come ho già detto, dallo Srep a livello complessivo possiamo aspettarci esiti grosso modo in linea con quelli dell’anno scorso, ma vi saranno variazioni anche abbastanza consistenti legate alla rischiosità delle singole banche. Sia verso l’alto, per alcune, che verso il basso per altre.

Dunque qualunque operazione sul capitale delle banche sarà sulle nuove indicazioni, non sulle vecchie? 

Certo. Ma come ho detto nel complesso ci si può aspettare che, a parità di rischi complessivi, il capitale nella media del sistema sia già al livello desiderato. 

Draghi ha detto chiaramente che lo smaltimento degli NPLs è un processo per il quale serve tempo. Nouy invece sembra avere una posizione diversa, mette più fretta.

Non direi. Anche Nouy ha detto le stesse cose. D’altronde su questo tema la Bce ha avviato una consultazione con le banche, perché vogliamo che ci sia consapevolezza della questione, un’informazione interna e una pianificazione. Le banche si devono dotare di piani credibili e ambiziosi, con delle scadenze temporali su come gestire i crediti in sofferenza. Questi piani andranno discussi con ogni singolo istituto e calibrati nel miglior modo possibile. Per fare questo gli istituti devono avere tutte le informazioni rilevanti e devono dotarsi, ove non esistano già, di strutture interne focalizzate interamente su questo problema. 

Perché a volte siete stati restii a dire che è un processo che richiede tempo?

Non mi sembra che lo siamo stati, e comunque dire che richiede tempo può dare un segnale fuorviante, essere interpretata come se l’urgenza non esistesse. Invece no: a maggior ragione è urgente cominciare perché è un processo lungo, muovere il più celermente possibile.

Se una banca passato il periodo in cui fate richieste non vincolanti è più o meno dove oggi, che succede?

Entra nel normale processo di vigilanza. Inizia una richiesta di informazioni e spiegazioni, con una graduazione crescente di interventi. Alla fine di qualunque processo di vigilanza, se è opportuno, c’è una richiesta di trovare capitale. Ma non mi aspetto che ciò accada nella generalità dei casi. Sperabilmente, anzi, in nessuno. Al contrario mi aspetto che questa consultazione spinga le banche a fare ciò che devono per gestire gli NPLs. Questo è quello che vogliamo: non mandarle fuori dal mercato o chiedere capitale se non ce n’è la necessità.

Le banche, non solo in Germania, protestano anche per i tassi bassi o negativi. Non creano distorsioni nel credito, alla lunga, tenendo in vita aziende decotte?

Tassi molto bassi sono un fenomeno senza precedenti, manca una conoscenza approfondita sui meccanismi che operano. Siamo in un terreno in gran parte ancora inesplorato.

Ma la redditività delle banche si deteriora, no?

Gli impulsi della politica monetaria, inclusi i tassi negativi, stanno funzionando. I tassi sui prestiti sono scesi. Ma ci possono essere effetti collaterali non indifferenti: banche meno redditizie, banche che faticano. La riduzione dei margini penalizza i rendimenti sull’intermediazione tradizionale. Inoltre abbiamo visto in passato, in molte esperienze internazionali, che una disponibilità eccessiva e prolungata di liquidità e di credito può portare a un aumento dei livelli di rischio nel sistema, con conseguenti possibili crisi. Va detto peraltro che questo rischio esiste soprattutto in situazioni di boom dell’economia reale; non è questo il caso adesso. Tassi bassissimi e negativi possono anche portare a distorsioni e inefficienze nell’utilizzo delle risorse. Per tutte queste ragioni, anche se attualmente la politica seguita dalla Bce non ha alternative, ci auguriamo tutti che essa abbia, il prima possibile, un successo tale da consentire una normalizzazione anche nel livello dei tassi di interesse.

Basilea 4 non rischia di essere l’ennesimo modo di indurre incertezza regolamentare e di nuovo una stretta creditizia di fatto dopo quasi dieci anni di continua evoluzione delle regole?

Basilea 4 non esiste: è una semplificazione mediatica. C’è un completamento di Basilea 3. Quello che le autorità di vigilanza stanno facendo a livello internazionale è cercare di completare la riforma di Basilea 3 con alcuni elementi essenziali, già previsti in precedenza. Ricordo fra questi, in particolare, la revisione della disciplina sull’uso dei modelli interni per la valutazione del rischio e l’utilizzo dell’approccio standardizzato per alcune categorie di rischio per le quali la modellizzazione risulta particolarmente difficile. La riunione dei governatori e delle autorità di vigilanza che si è tenuta a Basilea di recente ha confermato questo giudizio. Il problema è evitare che questo completamento della riforma si traduca in un innalzamento eccessivo dei requisiti di capitale in un momento come questo. È una componente essenziale: se non facciamo quello, dimentichiamo un pezzo veramente importante. Si ritiene comunque che siamo al plateau di sicurezza in termini di requisiti patrimoniali. Faremo presto, si finisce entro l’anno e dopo ci sarà quel periodo di maggiore tranquillità regolamentare che dovrebbe permettere al sistema di assestarsi. I governatori a Basilea hanno già detto che si eviterà un aumento significativo nei requisiti di capitale. 

Del resto le banche e i mercati hanno bisogno di chiarezza e certezza del quadro regolamentare. Ed è quello che stiamo cercando di fare. 

Ci sono alcune grandissime banche europee la cui qualità del bilancio non è stata mai messa in discussione della Bce – DB ma anche le grandi banche francesi – anche se hanno del rischio finanziario su posizioni illiquide. Su questo avete preso per buona la posizione delle banche stesse che attribuiscono valori su loro modelli interni. 

Non è vero che non siamo andati a guardare in maniera intrusiva tutti i rischi, compresi quelli. Facciamo un’analisi di tutti i fattori di rischio, e i rischi di mercato occupano un ruolo centrale nelle nostre analisi. Guardiamo in particolare ai modelli interni di tutte le banche, incluse quelle che lei ha citato, in maniera molto precisa e puntuale, con riferimento sia ai modelli per il rischio di credito sia a quelli per i rischi di mercato e operativi. Abbiamo in atto un progetto specifico sulla valutazione dei modelli interni. Abbiamo lavorato molto proprio sulle banche grandi dell’Europa centrale, e non farò nomi. Ma è un fatto che le analisi che abbiamo ci dicono che i rischi di credito in una fetta importante del sistema bancario europeo meritano una notevole attenzione. L’attenzione sui rischi di credito è legata alla nostra percezione dei rischi prevalenti in ogni dato momento. Ma non guardiamo in faccia a nessuno. 

Che pensa di un aumento di capitale come quello di Mps pari a otto volte il valore di borsa di una banca? Quali sono le condizioni perché possa riuscire? 

Non possiamo commentare situazioni di banche individuali per cui non posso risponderle. Il dialogo tra una banca e l’autorità di vigilanza non è qualcosa che possa essere svolto in pubblico. Ci sono regole precise che lo disciplinano e vanno rispettate. 

Si parla spesso di NPLs lordi da 360 miliardi. Ma le autorità italiane dicono che questo è fuorviante, perché bisogna considerare le garanzie e gli accantonamenti, dunque l’esposizione reale sarebbe una frazione di quei 360 miliardi. Condivide?

Accantonamenti e garanzie sono importanti, ma non rappresentano tutta la storia. Anche crediti in sofferenza, pur se completamente o prevalentemente coperti da accantonamenti e da garanzie, determinano una maggiore rigidità del bilancio e una minore redditività. Il problema non va esagerato ma neanche sottovalutato.

Dunque anche valori al lordo hanno un significato?

Assolutamente sì. E questo è importante in questo momento, perché sulla redditività delle banche viviamo un momento di grande evoluzione. L’ambiente macro non favorisce le banche, e in aggiunta a questo ci sono trasformazioni e cambiamenti tecnologici in corso. Se fossimo in un periodo in cui la redditività delle banche non fosse un problema, forse potremmo passare sopra certi dettagli. Invece oggi bisogna guardare proprio a tutto.

Allora significa che in Italia c’è un problema sistemico? 

Penso che non ci sia un problema generalizzato per le banche italiane, ma semmai uno che riguarda alcune banche italiane. I risultati dello stress test dell’Eba rafforzano questa conclusione. Parlo naturalmente delle banche cosiddette “significative”, sulle quali vigiliamo direttamente, perché quelle meno significative rimangono sotto la vigilanza diretta nazionale. Alcune di quelle banche sono da tempo contrassegnate da una fragilità particolare. Essendo esse significative per dimensione e per la loro interconnessione con il resto del mercato, è importante tenere sempre presente i legami con il resto del sistema. Questa è una regola generale che vale sempre e per tutti i paesi, non solo per l’Italia. 

Le banche europee dall’entrata in vigore della BRRD hanno perso in borsa più delle loro pari di UK o US. Può essere dovuto anche a certe rigidità nella direttiva (o in come è interpretata)? 

Non posso escludere che la percezione di come la direttiva potesse influire su alcune componenti del sistema bancario europeo abbia potuto in qualche misura erodere la fiducia del mercato, o indurre un atteggiamento prudente da parte degli investitori. Peraltro, le quotazioni delle banche avevano guadagnato significativamente, anche in termini relativi, dalla metà del 2012 fino all’inizio di quest’anno. Ma a parte questa precisazione, ciò che conta adesso è rendersi conto che la direttiva è un importante passo avanti per accrescere la solidità del sistema. Rende più sistematico e trasparente il processo di risoluzione delle banche europee, regolando la distribuzione dei costi delle crisi bancarie e proteggendo il contribuente. Il cosiddetto “bail in” (la condivisione di alcuni di questi oneri da parte dei creditori della banca) è una regola già applicata da altre giurisdizioni (gli Stati Uniti, per esempio). E’ importante, peraltro – l’ho già detto altre volte recentemente – che la direttiva sia applicata per intero, sia nelle disposizioni che richiedono il coinvolgimento entro certi limiti dei creditori della banca in caso di crisi, sia in quelle che prevedono la sospensione di tale coinvolgimento in situazioni specifiche, per esempio in presenza di rischi sistemici.

Che pensa dell’osservazione di Renzi secondo cui probabilmente le banche italiane dovranno dimezzare i dipendenti nel prossimo decennio? 

Non commento naturalmente le parole del Presidente del Consiglio. Ma voglio osservare che il problema della struttura dei costi delle banche, particolarmente pressante negli anni ‘90 in vari paesi Europei, fra cui l’Italia, si ripropone oggi in relazione alla restrizione dei margini di ricavo a cui ho fatto riferimento. Negli anni ‘90 ero nella Banca d’Italia, ricordo che i costi del personale nelle banche erano un problema centrale. Da allora molte cose sono cambiate. Il totale dei costi rapportato ai ricavi è sceso, è oggi intorno al 60%. Il problema oggi è tornato pressante, e ci sono notevoli differenze: certe banche, particolarmente nel Nord Europa, sono decisamente sotto il 50%, altre sono vicine al 100%. Uno dei modo per ridurre i costi del personale è proprio l’automazione. Uno non fa fatica a immaginare che questi fenomeni possano accelerare, e si intensifichi la concorrenza. La banca del futuro sarà probabilmente molto diversa da quella di oggi. Le banche devono prepararsi ripensando il loro modello di business alla luce della nuova realtà.

La chiamano unione bancaria ma da quando c’è non ci sono unioni fra banche. Perché? 

Fusioni fra banche importanti sono operazioni complesse, non ce ne sono 10 o 15 all’anno. Oggi siamo in una condizione economica, finanziaria o monetaria che rende difficile l’operatività delle banche così come sono. Può anche giocare la percezione che il processo di riforma regolamentare non sia concluso. Ma questo dovrebbe essere, come ho spiegato, di breve durata.

I banchieri dicono che non fanno operazioni perché non sanno quanto capitale poi potrebbe chiedere la Bce.

Attribuire la responsabilità ad altri è sempre il primo riflesso, in chiunque. Ma non abbiamo né detto che operazioni del genere non devono avvenire, né fatto niente perché esse non possano avvenire in condizioni di sicurezza. Ci devono sempre essere i presupposti per cui la struttura che emerge da una fusione sia la più solida possibile e possa convivere e competere nella classe di banche più grandi a cui la nuova entità appartiene.

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