Intervista a Il Sole 24 Ore

Intervista con Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di Vigilanza della BCE,
pubblicata il 04 ottobre 2015, realizzata da Alessandro Merli

La vigilanza bancaria europea (Ssm) compie un anno il 4 novembre. È stato un cambiamento epocale. Ma il sistema bancario dell’eurozona è più sicuro?

Abbiamo fatto passi avanti importanti in questa direzione. Prima di tutto l’esercizio di assessment condotto nella fase di preparazione all’assunzione della vigilanza: questo ha fornito una quantità senza precedenti di informazioni sia sugli attivi delle banche sia sulla loro sensibilità a stress. E questo già ha portato a operazioni di rafforzamento dei bilanci. Adesso stiamo facendo la valutazione annuale, il cosiddetto Srep, che ci darà informazioni su altri aspetti del rischio e porterà ad altri aggiustamenti di capitale. Questi due passi da soli ci dicono che la risposta è sì: oggi il sistema è sicuramente più solido di quanto fosse quando siamo partiti. Per noi il lavoro naturalmente continua: approfondiremo ancora l’analisi, seguiremo le banche giorno per giorno. Abbiamo fatto passi avanti, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

La vigilanza è unica, ma le regole sono ancora nazionali, con un numero enorme di opzioni e discrezionalità nazionali, un problema su cui state lavorando da mesi. Che risultato pensate di poter ottenere?

L’obiettivo del sistema unico è di avere una vigilanza coerente per tutto il sistema bancario, applicando regole uniformi, senza peraltro trascurare le differenze operative e nei modelli di business. Ma ci vogliono regole chiare e uniformi per tutti per arrivare a un effettivo mercato unico per le banche. Questo si scontra con diversi ostacoli: ci sono legislazioni nazionali che creano differenze nell’applicazione, e la stessa legislazione europea prevede forme di discrezionalità, differenze di applicazione ritenute opportune quando la legislazione è stata scritta. L’esercizio di queste discrezionalità era fino a poco fa affidato ai vigilanti dei singoli Paesi. Adesso il supervisore è uno solo, e quindi dobbiamo stabilire insieme come usare queste discrezionalità in modo uniforme. Esse riguardano, a un primo censimento, più di 150 norme della legislazione europea. Ci stiamo concentrando su quelle in mano ai supervisori, poi ce n’è un piccolo numero che dipende da Parlamenti, che per il momento restano da parte. I punti principali sono la quantità e la qualità del capitale, gli obblighi patrimoniali all’interno dei grandi gruppi, i requisiti di liquidità, i vincoli ai grandi fidi, i crediti d’imposta (cosiddetti deferred tax assets o DTA), le disposizioni transitorie su perdite e guadagni non realizzati sui titoli, come trattare le partecipazioni delle banche nelle imprese di assicurazione, alcuni provvedimenti sul rischio nel mercato immobiliare, e via dicendo. Abbiamo concordato nel Consiglio di Vigilanza un trattamento in modo armonizzato. Stiamo ora stilando il testo giuridico, un regolamento della Bce, corredato da una “guida” operativa per i nostri team di vigilanza, che saranno sottoposti a pubblica consultazione a partire da novembre. Il processo durerà varie settimane. Ci sarà anche una sessione pubblica, con webcast, su questo testo. Tra la fine di quest’anno e il primo trimestre dell’anno prossimo dovremmo portare a casa l’approvazione finale di tutto il pacchetto, che riguarda le 123 banche vigilate direttamente da noi. Per le più piccole ci sarà poi un passo successivo.

Può fare chiarezza sulla questione DTA? E’ un problema importante in diversi Paesi, come Grecia, Italia e Spagna.

Ci sono due categorie che a volte vengono confuse: la prima sono i DTA, crediti accumulati dalle banche a fronte di perdite, che per essere sfruttati dipendono dai profitti futuri; la seconda, che viene a volte assimilata ai DTA ma è un altro strumento, che non dipende dalla profittabilità futura, è una categoria stabilita per legge e non entra nella sfera della supervisione. Ci riferiamo quindi solo ai primi, che sono però attività consistenti in vari Paesi fra cui l’Italia. La legislazione consente che si protraggano nel tempo: quel che vogliamo fare è armonizzare l’uscita transitoria da questi strumenti in modo da avere un trattamento uguale. La gradualità è necessaria e vogliamo rispettarla, così come le legittime aspettative delle banche. Sarà una transizione uguale per tutti, un po’ più rapida del massimo attualmente previsto, e in linea con gli standard di Basilea. I dettagli saranno comunicati nel testo reso pubblico a novembre. Su tutti i regimi transitori, ci siamo preoccupati di dare un orizzonte chiaro, il più breve possibile ma gestibile per le banche.

In alcuni casi, i Paesi dell’eurozona sembrano intenzionati a riappropriarsi di funzioni che sono state assegnate alla vigilanza europea. La Germania ha appena stabilito che nel caso di ristrutturazione delle banche il suo ministero delle Finanze deve essere coinvolto.

E’ un aspetto che genera notevole preoccupazione. Esiste una legislazione europea e una nazionale, parte della quale traspone la legislazione europea in quella del Paese. Noi siamo chiamati ad applicare le leggi europee e quelle nazionali che le traspongono. Il problema è che la trasposizione può creare asimmetrie e differenze. In alcuni casi, compreso quello che ha citato, alcune delle parti integranti della vigilanza, per esempio i rischi di mercato, vengono riportati in ambito nazionale, in questo caso governativo. Abbiamo spiegato le ragioni della nostra perplessità su questo caso in un’opinione legale qualche settimana fa. Vedremo quali saranno le reazioni. Finora abbiamo visto, in genere, lealtà da parte di tutti i Paesi verso i principi dell’unione bancaria. Questo è un caso recente. Ma se questi casi dovessero diffondersi, la vigilanza unica non funzionerebbe più. E’ necessario quindi che i parlamenti, nell’esercizio legittimo delle loro prerogative, rispettino i criteri dell’unione bancaria nella lettera e nello spirito: la vigilanza su tutti gli aspetti prudenziali spetta all’SSM.

La nascita dell’euro doveva portare a un consolidamento cross-border delle banche, il che non è avvenuto. L’armonizzazione delle regole lo renderà più facile?

Nei primi due anni dopo la nascita dell’euro ci sono state diverse grosse operazioni, alcune delle quali non hanno avuto successo. Con la crisi c’è stata una battuta d’arresto. Noi come supervisore non siamo favorevoli alla concentrazione in quanto tale, né abbiamo una mappa del sistema bancario europeo del futuro in base alle quale vogliamo vedere determinate fusioni. Vogliamo vedere banche solide, il che in alcuni casi può avvenire attraverso aggregazioni. Il nostro giudizio di fondo si basa sul fatto che la realtà bancaria sia sostenibile. Le banche vengono da noi con delle proposte e noi le dobbiamo valutare e autorizzare. Ma le proposte non partono da noi, va rispettata l’autonomia manageriale in questa materia.

La vostra vigilanza viene considerata da fonti dell’industria più “invasiva” di quella precedente e rischia di usurpare il campo che dovrebbe essere degli amministratori e degli azionisti delle banche. E’ il caso di Mps, cui sarebbe stato suggerito di trovare un partner.

Io mi auguro che la nuova vigilanza sia più “invasiva” se questo significa domandare più informazioni rilevanti, analizzare più in profondità, capire meglio tutti gli aspetti del rischio. Da questo punto di vista noi invitiamo i team di supervisione a essere molto rigorosi nell’analisi. So che le banche a volte lamentano che ricevono più richieste di informazioni, ma esse sono un fatto fondamentalmente positivo. Diversa è l’interferenza con il management, soprattutto in operazioni strategiche. Ci può capitare di dire che, in una certa realtà, la situazione di alcune banche così com’è oggi non risulta sostenibile. Se ci sono sovrapposizioni, o eccessi di costi, che possono essere ovviati con razionalizzazioni che possono comportare anche una fusione per rafforzare il sistema, noi possiamo suggerirlo, ma in termini generali, senza indicare obiettivi specifici. Lo ripeto, noi non abbiamo nessuna mappa delle aggregazioni.

Il Governo italiano ha varato una riforma delle banche popolari, che dovrebbe favorirne l’aggregazione, ma in alcuni casi ci sono ritardi nella trasformazione in SpA.

Quella del Governo italiano è una riforma che vediamo positivamente, e che ci auguriamo sia completata presto. In alcuni casi le banche stanno procedendo più rapidamente, in altri meno. La trasformazione in SpA faciliterà la contendibilità e renderà più trasparenti le banche. E’ un primo passo. Vedremo che tipo di movimenti questa riforma porterà. La possibilità che vi siano delle sovrapposizioni di mercato, delle inefficienze, in alcune aree del mondo delle popolari apre la strada a possibili operazioni di aggregazione. Le valuteremo caso per caso sulla base della solidità aziendale, in collaborazione con la Banca d’Italia, e la valutazione finale spetterà al Consiglio di Vigilanza.

State concludendo lo Srep. Quali sono i primi elementi che emergono?

E’ uno strumento molto importante per esaminare le varie fonti di rischio in una banca. La metodologia che abbiamo messo a punto per certi versi è all’avanguardia nel confronto internazionale. Ha una parte quantitativa molto rigorosa e una qualitativa basata sulla valutazione dei team di supervisione. Quindi esiste anche una componente affidata al giudizio discrezionale del supervisore, non meccanica. Il dialogo in corso con le banche è molto costruttivo. I dettagli di questo processo non vengono resi pubblici, in accordo con la prassi internazionale di vigilanza. Sono sicuro comunque che i risultati contribuiranno in maniera significativa a rafforzare ulteriormente il sistema.

Secondo diverse fonti, per le banche italiane lo Srep non dovrebbe riservare sorprese negative. IN questo senso si è espressa anche la sua collega Sabine Lautenschlaeger l’altro giorno a Milano.

Abbiamo incontri quotidiani con le banche, quindi il giudizio finale non sarà una sorpresa. Nella stragrande maggioranza dei casi c’è una convergenza di opinioni fra noi e le banche. In Italia gran parte della chiarezza è stata fatta nel “comprehensive assessment” dello scorso anno che ha evidenziato situazioni che richiedevano molta attenzione e un rafforzamento patrimoniale. Questo è stato fatto. Lo Srep tiene conto degli ulteriori fattori di rischio, oltreché naturalmente degli sviluppi più recenti.

Solo in Italia le vostre osservazioni alle banche ricevono pubblicità, su richiesta della Consob, il che aumenta la trasparenza, ma può far pensare che tutte le magagne del sistema bancario europeo siano in Italia. Non andrebbe armonizzato anche questo aspetto?

Non dipende da noi: i requisiti di pubblicità delle informazioni rilevanti per il mercato sono dati dalle autorità di mercato nazionali. Il coordinamento è affidato all’Esma. L’asimmetria può essere un problema, ma non sta al supervisore intervenire. Abbiamo un dialogo regolare con l’Esma. Noi riteniamo che alcune parti del processo Srep debbano rimanere confidenziali. In particolare, informazioni parziali, premature e quindi potenzialmente fuorvianti non debbano essere pubblicate perché altrimenti avrebbero un impatto sbagliato sul mercato. Informazioni incomplete, prima che si arrivi al risultato finale, per esempio nel caso dello Srep, possono contribuire a destabilizzare il mercato. Quando si fece l’”assessment” lo scorso anno ci fu molta attenzione da parte nostra a pubblicare tutti i risultati finali nello stesso istante.

Avete già in programma un nuovo stress test per il 2016.

E’ un esercizio dell’EBA che viene ripetuto periodicamente. Ma l’Aqr, la valutazione della qualità dell’attivo, non verrà ripetuto questa volta. Era un check che ci chiedeva il regolamento costitutivo dell’Ssm. Questa volta ci affidiamo in misura relativamente maggiore alle indicazioni dell’EBA. Vedremo quali banche saranno incluse, quali gli scenari, che saranno elaborati dall’ESRB, l’organismo di controllo sui rischi sistemici, sulla base delle previsioni della Commissione.

Una critica che vi viene rivolta è che attraverso requisiti di capitali più stringenti rischiate di ostacolare la ripresa economica che la politica monetaria accomodante della Bce cerca invece di favorire.

La vedo in modo diverso. Siamo partiti da un sistema sottocapitalizzato prima della crisi. Per metterlo in condizione di prestare di più e meglio senza rischiare troppo la ricapitalizzazione era essenziale. Semmai, le condizioni relativamente permissive della politica monetaria in questo momento consentono una certa tranquillità anche per portare a termine questo processo. Non c’è incoerenza fra politica monetaria e vigilanza attuali. In più siamo in una fase di ripresa economica, seppure con tutta l’incertezza del caso, quindi anche dal punto di vista ciclico il fatto di arrivare a maggiore solidità patrimoniale in questo momento non è sbagliato. Nel lungo periodo, c’è consenso sul fatto che banche più solide e più capitalizzate prestano meglio. Nel guardare le singole situazioni, stiamo però bene attenti anche noi a non fare richieste che non siano realizzabili o che mettano in difficoltà le realtà aziendali.

Le banche sono restie a prestare anche perché cariche di prestiti in sofferenza. Un problema acuto in Italia, dove il Governo ha proposto la creazione di una bad bank.

In Spagna è stata realizzata con successo, quindi lo strumento in se stesso merita di essere considerato. In Italia è stato varato un provvedimento che aiuta a rendere più negoziabili i portafogli di crediti in sofferenza. Ho visto anche alcune recenti cessioni di crediti sul mercato; alcune banche si stanno muovendo in autonomia e questo va nella direzione giusta. Il problema dei crediti inesigibili è reale e non riguarda solo l’Italia. Storicamente siamo a livelli di sofferenze molto alti. Noi guardiamo il progetto dal punto di vista della solidità aziendale, alla Commissione spetta guardare agli aspetti di concorrenza e aiuti di Stato. Non voglio giudicare questo aspetto. Per quanto riguarda il lato prudenziale, questi crediti escono dai bilanci bancari dando respiro all’attivo e consentono di creare esposizioni nuove, ma al tempo stesso la loro rimozione dal bilancio non deve essere troppo gravosa per il patrimonio della banca. Dal nostro puto di vista, più si mettono le banche in condizione di alleggerirsi del peso di questi crediti e meglio è.

State anche conducendo un nuovo esame sulle banche greche, per le quali il terzo pacchetto di aiuti ad Atene, concordato a luglio, prevede la ricapitalizzazione.

Un anno fa le banche greche erano in condizioni relativamente buone. Erano state analizzate e ricapitalizzate. C’era ripresa, anche economica. Quello che è venuto in seguito non ha aiutato. Stiamo ripetendo quell’esercizio e calcolando quali nuove iniezioni di capitale siano necessarie. Nel pacchetto parte delle risorse sono destinate alle banche. Stiamo calcolando per ciascuna delle 4 grandi banche su cui vigiliamo direttamente quanto è necessario per metterle in sicurezza. Speriamo che tutto il processo si concluda entro fine anno. Il nostro input arriverà nel giro di settimane.

All’unione bancaria europea manca, come rileva il recente Rapporto dei 5 presidenti, un’assicurazione comune dei depositi, contro la quale ci sono forti resistenze.

Siamo convinti che un sistema ben costruito debba comprendere uno schema di assicurazione dei depositi, in un quadrilatero che comprende anche la vigilanza unica, una regolamentazione chiara, e un efficace sistema di risoluzione bancaria. Il sistema di risoluzione europeo parte a gennaio. Vigilanza e regole esistono. La “quarta gamba” non esiste a livello europeo, e la sua realizzazione è controversa. Per ora, il sistema funziona lo stesso, ma per mettere il sistema in sicurezza bisogna proseguire completando l’unione bancaria anche in quella direzione. C’è chi dice che prima va fatta ulteriore chiarezza sugli asset ereditati, che essi in molti casi restano ancora nei bilanci delle banche. Non è la nostra opinione; i passi già compiuti con le verifiche dello scorso anno, e oggi la presenza attiva dell’Ssm, danno già ampie garanzie per realizzare, con tempi adeguati, anche un sistema europeo di assicurazione dei depositi, come suggerito dal Rapporto dei cinque presidenti. Naturalmente, ulteriori progressi sulla supervisione e il miglioramento dello stato di salute delle banche faciliteranno anche la soluzione di questo problema.

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