Intervista con La Stampa

Intervista con Ignazio Angeloni, Membro del Consiglio di Vigilanza della BCE, realizzata da Alessandro Barbera e pubblicata il 27 Dicembre

Angeloni, per evitare il fallimento del Monte dei Paschi il governo ha scelto la strada del salvataggio pubblico scartata la scorsa estate. Eppure il primo stress test negativo per la banca senese risale al 2014. E’ arrivato in ritardo?

L’intervento pubblico per una banca è sempre l’ultima opzione ed è soggetto a regole stringenti. I vertici di Mps hanno lavorato in questi mesi a varie soluzioni che la vigilanza ha seguito con attenzione, e per le quali aveva concesso un certo periodo di tempo nella speranza che andassero a buon fine. Esaurito questo tempo il governo ha valutato che un intervento fosse necessario.

Si tratta del terzo intervento pubblico in pochi anni. Per quale ragione questa volta dovrebbe essere l’ultima?

Potrà esserlo se verranno attuate soluzioni incisive, in particolare rispetto all’obiettivo di ripulire il bilancio della mole di crediti deteriorati. Va anche considerato che ora Mps è compiutamente vigilata dalla nostra istituzione. Continueremo a fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per far sì che la banca trovi un modello di business sostenibile.

Ora per Mps si rinizia daccapo. Prima di stabilire a quanto ammonterà la quota dello Stato è necessario un nuovo piano industriale? In che tempi verrà presentato?

Posso limitarmi a dire che la vigilanza europea rimarrà attivamente impegnata sul Monte dei Paschi, allo stesso modo in cui lo siamo stati negli ultimi due anni.

Il fondo da venti miliardi autorizzato dal governo verrà utilizzato per salvare altre banche italiane in difficoltà. Sarà sufficiente a mettere il sistema in sicurezza una volta per tutte?

La dimensione dell’intervento tiene conto della natura del problema e si basa sull’assunto che in alcuni altri casi un rafforzamento patrimoniale possa avvenire sul mercato. I problemi aperti nel sistema italiano non riguardano tutte le banche ma solo un numero limitato di queste. Possono essere risolti e le soluzioni sono a portata di mano.

C’è chi sostiene ci vorrebbe ben altro, fino a 50 miliardi di euro.

Non tutto quanto è necessario per ricapitalizzare le banche deve venire dallo Stato. Persino nel caso di Mps ci potrà essere il contributo dei vecchi azionisti e di parte degli obbligazionisti subordinati.

La nuova direttiva sulle banche ha imposto per Mps l’applicazione del principio del burden sharing. Già nel 2013 Mario Draghi aveva avanzato dubbi sui rischi sistemici che possono essere innescati da banche delle dimensioni di Mps. Qual è la vostra posizione?

Il burden sharing era stato introdotto dalla Commissione già nel 2013. Nella sua lettera il Presidente Draghi sostenne che nel caso di banche solvibili, che rispettano i requisiti prudenziali ma necessitano a titolo precauzionale di ulteriore capitale, la condivisione dei rischi può non essere appropriata in alcuni casi. La stessa Commissione precisò che vi sono alcune eccezioni al principio: tra queste proprio la presenza di rischi sistemici. La Commissione ha mostrato apertura anche nei confronti della possibilità di rimborsare gli investitori individuali che sono stati fuorviati nella scelta del loro investimento.

Nel caso specifico di Mps il governo ha deciso il riacquisto delle azioni frutto della conversione forzosa solo di alcune obbligazioni subordinate, tutte quelle emesse per l’acquisto nel 2008 di Antonveneta. E’ una soluzione che ritenete adeguata? Non c’è il rischio di creare disparità di trattamento con casi simili?

Si tratta di un aspetto che non ricade nelle nostre competenze di vigilanza e su cui preferisco non fare commenti.

Alla fine le conseguenze della conversione delle obbligazioni subordinate paiono più che gestibili. Ha ragione chi dice che questo nuovo meccanismo è meglio di opachi salvataggi a pié di lista per il contribuente?

Il principio della condivisione dei rischi risponde a due esigenze importanti: evitare che i costi dei salvataggi ricadano in misura eccessiva e impropria sui contribuenti e ridurre il cosiddetto “azzardo morale”, ossia l’incentivo che induce manager e investitori ad assumere rischi eccessivi nella consapevolezza che lo Stato interverrà comunque in caso di dissesto. Il principio va mantenuto ma va anche regolato e gestito in modo da evitare rischi al sistema e oneri ingiusti per certe categorie di investitori. Mi riferisco in particolare a quelli al dettaglio e che non hanno – per impreparazione tecnica o mancanza di informazione – una conoscenza sufficiente dei rischi che corrono nel loro investimento. È fondamentale che strumenti rischiosi come i titoli subordinati siano acquistati solo da investitori consapevoli e in grado di sopportare eventuali perdite.

Non è contraddittorio il fatto che decisioni a proposito degli eventuali rischi sistemici siano demandati ad una istituzione – la direzione concorrenza della Commissione – la quale normalmente non si occupa di questi temi?

La disciplina comunitaria è complessa, ma la Bce ha un ruolo non irrilevante. Nel caso di ricapitalizzazione preventiva, per esempio, dobbiamo certificare che la banca sia solvibile e abbia sufficiente liquidità. Inoltre dobbiamo determinare l’ammontare massimo di capitale pubblico concedibile nell’ambito dello scenario avverso degli stress test. Col tempo si è stabilito un buon dialogo con la Commissione sugli aspetti di nostra competenza.

Che fare con le quattro banche in risoluzione – Etruria, Cassa Marche, Carichieti e Cariferrara - se non saranno vendute entro il termine del 31 dicembre? Da tempo si parla di un interesse di Ubi, ma non si è ancora concretizzato.

Le modalità e i vincoli riguardanti la gestione delle quattro banche sono stati concordati fra il governo e la Commissione. Vi è la fondata speranza che un accordo per l’acquisizione di quelle banche possa avvenire presto, in tempo utile.

Oggi il governo ha formalmente venti miliardi di debito in più. Difficile che la Commissione se lo dimentichi quando tornerà sul dossier dei conti italiani. Sul tavolo c’è anche la possibilità di chiedere il sostegno dell’Europa e del fondo Esm. E’ una strada percorribile?

È una delle possibilità prevista dalle regole europee, ed ha implicazioni tecniche e politiche diverse rispetto alla strada scelta fin qui dal governo. La Spagna nel 2012 adottò quell’approccio ed ebbe buoni risultati, prevedendo la simultanea messa in sicurezza di diverse banche e margini sufficienti nell’ammontare dell’aiuto previsto. Dal nostro punto di vista più è alto il livello di stabilità garantito dalla strada scelta, meglio è.

Col senno del poi non sarebbe stato meglio accettare l’aiuto europeo nel 2012 insieme alla Spagna? Forse con banche ripulite dei crediti deteriorati il nostro tasso di crescita sarebbe diverso?

Il senno del poi non ci porta lontano. Dobbiamo guardare avanti, affrontare i problemi per come si presentano oggi. Nel 2012 l’Italia era in una situazione diversa. Basti pensare che allora la Bce non aveva poteri di vigilanza sulle banche europee.

Per risolvere radicalmente il problema dei crediti deteriorati non sarebbe utile una bad bank pubblica come si fece proprio nel 2012 in Spagna?

La bad bank pubblica è una delle soluzioni possibili per affrontare situazioni problematiche: può essere attuata per una sola banca, per più banche – è stato il caso delle quattro già citate - oppure per gestire i problemi dell’intero sistema, come in Spagna.

Cosa risponde a chi dice che la vigilanza europea è stata particolarmente severa nei confronti di banche come Mps?

Negli ultimi tempi sento semmai la critica opposta, e cioè che non saremmo stati abbastanza decisi, a partire dalla valutazione iniziale che facemmo nel 2014. Le banche che individuammo come deboli a quel tempo sono le stesse che oggi evidenziano i maggiori problemi, a riprova della correttezza delle nostre analisi.

Insomma, la risposta è “assolutamente no”. E’ così?

Un presupposto basilare della nostra azione è assicurare uguaglianza di trattamento per tutte le banche vigilate. Questo è un aspetto che sfugge spesso a osservatori che, come naturale, si concentrano soprattutto su casi specifici nazionali.

Il vostro no alla richiesta di proroga di 20 giorni sul termine per l'aumento di capitale Mps è trapelata alla stampa prima che fosse comunicata attraverso i canali ufficiali. C’è chi ritiene che ciò abbia condizionato l’operazione: per questo avete deciso di aprire un’indagine interna per risalire ai responsabili. A che punto è il lavoro?

Con grave disappunto di tutti noi un'agenzia di stampa ha riportato la notizia della decisione del Consiglio di vigilanza poco dopo la fine dell'incontro. Essa non era comunque compiuta, mancando il rituale passaggio nel Consiglio direttivo della Bce. L’indagine è in corso, e ci auguriamo possa portare utili elementi di conoscenza sull'origine della fuga della notizia. Difficile però credere che l'esito dell'operazione sia dipeso da questo episodio.

La politica monetaria della Bce resterà espansiva per tutto il 2017. Cosa rispondete ai banchieri che si lamentano per i margini sempre più ridotti? Dal vostro punto di vista può diventare un problema?

I margini di intermediazione si sono ridotti e un certo numero di banche sta soffrendo, è vero. Ma ci sono anche banche che resistono bene ai tassi bassi con costi bassi. Le banche devono continuare a lavorare per contenere i costi e promuovere l’efficienza. L’aumento dei tassi a lunga scadenza a livello globale può, in prospettiva, contribuire a mitigare il problema.

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